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Gasparo Gozzi (1713 – 1786), veneziano ma di origine friulana, fu scrittore, poeta, giornalista e traduttore. Tra le sue traduzioni dal greco, dal francese, dal latino, si segnalano traduzioni di Luciano, da cui trasse ispirazione per alcuni dialoghi.
Il dialogo che segue è particolare nel confronto tra Omero e una ricamatrice.
Omero, per la sua superbia, è condannato ad essere tormentato da una ricamatrice fino a che non ammette che la sua arte non è superiore a quella dell’ago.
Omero - Insegnami, o divina Musa, in qual modo io possa esercitare la pazienza in questi cupi e nuvolosi fondi sotterranei. È egli possibile che tu, o Dea, la quale mi ammaestrasti a comporre due così lunghi poemi, non sappia ora mandare all’animo mio tanta sofferenza, ch’io possa senza collera ascoltare questa vilissima donnicciuola, la quale sempre mi assedia le calcagna, e vuol far paragone dell’attività sua con la mia? Io so pure che le sue non sono altro che ciance, delle quali dovrei far quel conto, che si suol fare di un fischio del vento, o del ronzare delle mosche; e pure con tutto ciò non so patire di vedermela ai fianchi, e di sentirla a borbottare. Qual così grave demerito è stato il mio costassù nel mondo, ch’io debba avere quaggiù questa mosca canina, questa mignatta, questa ventosa appiccicata alla pelle?
Ricamatrice - Cantore dell’ira di Achille e della prudenza di Ulisse, se le parole mie ti vengono a noia, questa è colpa tua. Tu arrecasti di qua quella medesima superbia, che avevi su nel mondo; e di qua i vizi debbono essere sbanditi. Tu facesti così grande stima del tuo ingegno in vita, ch’egli ti parea che tutti gli altri umani capi fossero pieni di vento. Tuo danno. Egli si vuol credere che anche il prossimo abbia cervello. Tu non avresti dato il tuo per quello di Minerva: tanto ti pareva di sapere per certe poche parole, che potesti accozzare insieme con un poco più di armonia che gli altri Greci. Ogni uomo ha l’intelletto suo. E se tutti non fanno poemi, fanno però altro: e ogni cosa nel genere suo richiede tanta sapienza quanta l’Iliade e l’Odissea, delle quali avevi tanta boria. Questo è l’errore che si punisce di qua in te con la mia perpetua persecuzione.
Omero - O rettore degl’immensi spazi dell’Olimpo, o Nettuno scuotitore della terra, quanto è egli vero che voi siete migliori Dii di questi che regnano negli abissi! Chè certo questo travaglio, che qui ora mi è dato, da altro non può procedere, che dalla malignità degli abitatori di questi luoghi.
Ricamatrice - Empio, bestemmiatore. Gorgogliati queste tue strane parole nella gola, e non fare almeno ch’altri le oda. Quanto sarebbe il meglio, che tu confessassi il vero, chè, ritenendo la tua prima superbia, stimolare sempre di più la collera delle deità degli abissi. Tu sei tu pure quel medesimo che in tanti luoghi dei tuoi poemi divulgasti la grandezza di questi Dii, ed ispirasti negli uomini tanto timore di Acheronte e di Cocito: e ora perché sei tu così divenuto diverso da te medesimo, che incolpi coloro, i quali furono cotanto dalla tua lingua esaltati? Che direbbe la Grecia ora del fatto tuo, la quale trasse i principi di tanti tuoi riti dalle tue canzoni, s’ella ti udisse al presente a cantare la palinodia? Ella direbbe che, standoti al piano, confortavi i cani all’erta, e che in fatti eri un altro che in parole. Ma così va. Ognuno è buono a fare sentenze, ma con l’opera le distrugge.
Omero - Ma in fine in fine posso io sapere quello che tu voglia da me, per avere una volta pace teco; e accioché quella tua mobile anzi maledetta lingua stia cheta? Dì su, che si ha fare?
Ricamatrice - Tu hai a confessare che l’ingegno tuo nel mondo non fu punto superiore al mio. Quando avrai proferita questa verità di cuore, io tacerò, e me ne andrò ai fatti miei.
Omero - Con tutto che la rabbia mi roda, non posso fare a meno di non ridere. Io avrò con tanta varietà di battaglia e di accidenti condotto Ettore a morire per man di Achille, e guidato per così lunghi viaggi e per tante maraviglie Ulisse nel suo regno, per confessare al presente, che una femminetta, una ricamatrice ha avuto intelletto uguale al mio? Oh! Va, ti prego, va, non dire queste pazzie.
Ricamatrice – Se io avessi la superbia tua, potrei anch’io così bene, come tu fai, esaltarmi e vantarmi, che l’intelletto di una ricamatrice vale molto più di quello di Omero; ma l’animo mio fu sempre temperato, e più ragionevole del tuo; e comechè fossi nell’arte mia peritissima, quanto fossi tu nella tua, io l’esercitai però sempre con quella modestia, che si richiede a chi riconosce di avere una testa uguale a tutte l’altre.
Omero – Sì, che tu avrai, per passare un panno od una tela con gli aghi e con le sete di più colori, studiato quant’io per comporre due poemi.
Ricamatrice – Vorresti forse dire ch’io avessi studiato meno, e ch’io mi fosse concentrata manco nelle mie meditazioni, che tu nelle tue?
Omero – Orsù, vegnamo ai ferri, perch’io non potrei aver teco più pazienza.
Ricamatrice – Vedi ch’io voglio anche cederti il luogo. Parla tu primo, e dì quali furono le tue meditazioni per riuscire buon poeta.
Omero – In primo luogo, poiché pure ti debbo render conto a forza dei fatti miei, io conobbi che per essere ottimo poeta io dovea essere un buono imitatore. Per la qual cosa io cominciai non solo a studiare con grandissima diligenza tutto quello che mi cadeva sotto agli occhi, e ad esaminare terra, monti e mare, e tutte quelle varietà, che mi si offerivano agli occhi con movimento e senza; ma penetrando con acutissima vista in tutte le passioni degli uomini, le sminuzzai tutte, per così dire, col pensiero, e di tutte mi feci un ritratto, per dipingerle all’occorrenza nei versi miei. Innalzai oltre a ciò l’animo alle cose intellettive, e penetrai con l’ingegno fin sopra gl’infiniti spazi dei cieli, e mi aggirai fra gli Dei medesimi, ritraendo agli uomini le altissime condizioni di quelli. Né bastarono tutte queste meditazioni e altre molte, che ora sarebbe lungo a dirle, che mi diedi anche al meditare quei modi coi quali dovessi colorire le mie intenzioni, acciocché tali mi uscissero della lingua, quali sfavillavano dentro; e a vestirle per modo che le potessero apparire altrui vistose e quasi palpabili. Credi tu che una ricamatrice possa mai affaticarsi tanto, né così lungamente?
Ricamatrice – Fino a qui però non hai detto cosa ch’io non abbia io medesima meditata nell’arte mia. Perché non sì tosto mi diedi anch’io ad essa, che conobbi che, per essere ottima ricamatrice, io dovea essere imitatrice perfetta. Per la qual cosa diedi principio dall’esaminare con diligenza tutto quello che mi cadeva sotto gli occhi, e non grossolanamente come tu facevi; il quale avevi veduta una quercia, non sapevi di più, se non che l’era verde e bene a fondo colle radici; ma minutamente guardava le quasi invisibili e diverse tinte del verde di una sola foglia, e i tortuosi rami di quanti colori erano, e i loro nodi, e s’erano nudi o vestiti di moscolo. Né solamente meditava io la terra ed i monti, ma i più menomi fiorellini, che quivi spuntano, e i frutti, e altre migliaia di cose, che non finirei mai se tutte dir le volessi. Quanto è alle passioni degli uomini, io le studiai quanto tu, e io le meditai per conoscere quello che piaceva o non piaceva ai capricci universali. Quanto è agli Dei, egli è il vero che non ebbi ardimento di voler penetrare coll’intelletto mio nei fatti loro, che non possono mai da noi altri vilissimi abitatori della terra essere conosciuti, ma in quello scambio venerandogli con puro cuore, e con mente dinnanzi a loro umiliata, io gli pregava che prosperamente assecondassero l’opere mie. Nel che, credimi, Omero, io l’intesi molto meglio di te, il quale volendo favellare di quello, che ad ogni modo non è cosa da terreni intelletti, dicesti i maggiori farfalloni del mondo, e facesti fare agli Dei di quelle cose che putirebbero se le facessero gli uomini anche tristi. E se non fossero certi dottori sottili, che traggono all’allegoria i tuoi superlativi errori, credimi, che non avresti più lode sopra la terra. Quelle meditazioni in fine, che tu facesti intorno allo stile, io le feci intorno allo scegliere i vari colori delle sete, acciocché spiccassero il più naturalmente che fosse possibile i miei fiori, le foglie e i rami, ch’io intrecciava sul telaio con l’ago. Sicchè vedi che tanto costa ad un capo il ricamare, quanto ad un altro il fare poemi.
Omero – Egli si vede però che le genti fanno maggior onore alle opere mie che alle tue: imperocché delle mie, dopo tanti anni che io non sono più in vita, si fa ancora grandissimo conto, e delle tue non si sa che sieno state al mondo.
Ricamatrice – Anche in questo siamo del pari,benché tu non lo creda. La diversità sta nella materia, di cui ci siamo serviti tu ed io per colorirvi sopra le nostre intenzioni. I libri sono più tardi rosi dai tarli, che i panni e le tele. Se gli studianti dell’antichità potessero oggidì ritrovare un cencio ricamato dalle mie mani, credi tu che non vi facessero sopra tante chiose e commenti, quanti ne furono fatti alla tua Iliade e all’Odissea; e direbbero tante pazzie del mio cencio, quante ne hanno dette e ne diranno delle tue opere? E credi tu, quando io vivea, che non avessi chi mi rubacchiasse i miei disegni e i ricami miei, come hanno a te rubacchiati i tuoi poemi? E se tu hai trovati copiatori di quelli, credi tu che se i panni e le tele da me ricamate fossero durati parecchi anni dopo la mia morte non avessero ritrovato chi li avesse ricopiati? Ma sai che è? I libri tuoi si riposero in armadi, vi stettero custoditi, poche mani gli travagliarono; laddove i panni miei, quanto più erano belli, tanto più erano adoperati, portati da luogo in luogo, e finalmente ai rigattieri venduti e rivenduti da loro, tanto che, se fossero stati di ferro, si sarebbero logorati.
Omero – Sia come tu vuoi. Io però sono sulla terra onorato, come se fossi vivo ancora, e di te non si sa che tu vivessi giammai, né qual fosse il tuo nome.
Ricamatrice – E però vedi il gran vantaggio che ne hai. Questo grande onore ti fa quaggiù ancora insuperbire, e ti rende insoferibile ai giudici di questo luogo. Degli agi, che avesti in tua vita, non parlo. Vedi che mangiasti quasi sempre un pane limosinato, che andasti errando d’uno in altro paese, come uno zingano, sicchè non si sa ancora qual fosse la tua patria. Quanto è a me, coi lavori delle mie mani nutricava molto bene me e la piccoletta mia famiglia, e mentre che tu cieco cantavi per le piazze, allettando gli orecchi dei Greci con le adulazioni, ed empiendogli di superbia e di astio contra tutte l’altre nazioni, io me ne stava, forando con l’ago le tele mie, a sedere, e cantando una canzonetta per diletto, o ringraziando con qualche inno gli Dei della loro clemenza. Ti pare che la tua vita sia da uguagliarsi alla mia; e non vorresti tu essere stato piuttosto una ricamatrice agiata, che quel grande Omero vagabondo sopra la terra?
Omero – Ma di me sono scolpiti busti e medaglie.
Ricamatrice – Ma io ebbi, finché vissi, vitto e denari.
Omero – Ma i poemi miei sono per le mani dei letterati.
Ricamatrice – Ma finché io vissi, concorrevano alla casa mia comperatori.
Omero – Oh! Va, ch’io non possa più sofferirti.
Ricamatrice – Anzi mi dei sofferire fino a tanto che sarai della tua boria guarito.
Omero – Mi vieni tu dietro ancora ?
Ricamatrice – Ben sai che sì. O consenti di livellare il tuo ingegno al mio, e di mettere in bilancia l’Iliade e l’Odissea coi miei ricami, o ti tempesterò colle parole in eterno.
Redatto da Bianca Rosa Bellomo