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Articolo pubblicato su La Gazzetta dell’Antiquariato, Giugno 2000
Sino dall’antichità il ricamo, designato ad assolvere funzioni decorative con valenza socio-culturale- come è stato accertato da rappresentazioni murali, bassorilievi, passi biblici- reso nel tempo vieppiù sofisticato, si è affermato come forma “d’arte espressiva.”
Con esso sono state realizzate opere di notevole intensità, trasponendo in particolare sui paramenti liturgici simbolismi che, volti alla diffusione, contribuivano a conferire alla chiesa e ai suoi ministri un alone di mistica autorevolezza.
I soggetti venivano realizzati da ricamatori le cui abili dita disponevano i fili preziosi e, ove fossero, i castoni delle gemme con tecniche raffinate purtroppo ad oggi nella generalità desuete, dando così corpo alle opere di cui abbiamo conoscenza, sopravvissute alle vicissitudini della storia, gelosamente custodite dalle chiese e dai musei.
E’ sorprendente dunque, nella contemporaneità consumistica, scoprire che ancora vi sono mani pazienti che replicano tanta magnificenza. Ciò avviene nel silenzio del monastero benedettino di S, Maria di Rosano, a sud di Firenze, immerso nel verde delle colline percorse dall’Arno, dove monache di clausura, i cui necessari contatti con l’esterno sono tenuti dalle preposte dispensate allo scopo, ottemperando al precetto della regola “Ora et labora” si dedicano anche al ricamo con molteplici tecniche fra cui il prezioso or nuè (oro velato), detto punto serrato dal Vasari.
La lavorazione avviene applicando al tessuto di fondo, su cui è riportato il disegno, un filato d’oro quasi a formare un ordito che viene poi ricoperto da sottilissimi e piccolissimi punti in fili di seta dalle tonalità policrome, alternando l’uso di 30, 40 aghi infilati contemporaneamente, per “dipingere” il disegno, lasciando trasparire “qua e là” l’oro.
Questa tecnica riconducibile alla metà del XIV secolo, giunse al culmine dello splendore con il Rinascimento fiorentino, allorquando, con il risveglio delle arti, i migliori artisti concorsero, disegnando cartoni per i ricamatori, alla creazione di un effetto d’insieme, amalgama di creatività pittorica ed arte ricamatoria, ben meritatamente in senso lato definito pittura ad ago.
Splendido esempio di questo fertile connubio è il parato di S.Giovanni, il cui soggetto è la vita del Battista.
Commissionato dall’Arte di Calimala (potente corporazione fiorentina) per il battistero di S.Giovanni, fu eseguito su disegno di A. Del Pollaiolo da nove diversi ricamatori sotto la guida di Paolo di Bartolomeo da Verona in ben ventisei anni di lavoro (1451-1487).
Il parato Passerini, con figure di Cristo in pietà e della Madonna col Bambino, risalente alla prima metà del XVI secolo e attualmente presso il museo vescovile di Cortina (Ar), segna l’epoca dei capolavori realizzati con questa tecnica poiché la qualità d’esecuzione già si stava allontanando dalla perfezione iniziale, tanto da strappare al Vasari il noto lamento: “Di questi ricami fatti a punto serrato, che oltre all’essere più durabile, appare una propria pittura di pennello, ne è quasi smarrito il buon modo, usandosi oggi il punteggiare più largo che è manco durabile e men vago a vedere.”
Le ragioni del decadere nel corso del tempo, sono forse
riconducibili non tanto ad una diminuita potenzialità dei ricamatori o degli
estimatori di questa tecnica quanto ai costi derivanti dalla lavorazione che
costituiscono un deterrente alla domanda. Vi è anche un altro fattore non meno
ponderabile che è lo stile di vita della nostra società con l’affannosa
ricerca del “tanto e facile.”
Non vi è da stupirsi quindi che l’ambiente più consono ad esprimere tanta magnificenza, sia quasi unicamente ad oggi, il monastero dove il tempo che trascorre in preghiera e meditazione conduce all’incontro con il Soprannaturale, e favorisce la comprensione delle cose terrene rapportandole al giusto valore, condizione che ci richiama alle parole dell’esodo del popolo d’Israele dall’Egitto: “Il Signore disse a Mosè: Ordina agli Israeliti che raccolgano per me un’offerta (…) mi faranno un santuario e io abiterò in mezzo a loro (…) Ho chiamato per nome Bezaleel, figlio di Uri, figlio di Cur, della tribù di Giuda. L’ho riempito dello spirito di Dio, perché abbia saggezza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro.” (Es. 25-31)
E’ in questo contesto che sono state realizzate nell’Abbazia di S.Maria di Rosano le opere, molte e bellissime, tra le quali la mitra e la casula indossate da S.S. Papa Giovanni Paolo II in occasione della Beatificazione di Padre Pio da Pietrelcina.
L’esecuzione di uno dei medaglioni che decorano lo
stolone della casula e che riproducono un angelo musicante del Beato Angelico,
ha richiesto circa 50 ore di lavoro impegnativo, mentre l’intero ricamo della
mitra ha comportato 130 giorni di lavoro di una sola persona.
Per realizzare questi paramenti sono stati usati: 75 gr. di filato d’oro lucido e riccio, 50 gr. circa di filati di seta in approssimativamente 40 tonalità di colore e gemme quali ametiste, agate del Brasile, occhio di tigre e lapislazzuli.
Peraltro, l’espressione della fede nella modernità, travalicando il convenzionale, ha ispirato, interpretando il classico, il piviale sempre per S.S. Papa Giovanni Paolo II, indossato in occasione dell’apertura dell’anno giubilare.
Stilizzato da Don Zanella, è stato realizzato da un consorzio di ditte pratesi e si può definire la sintesi dei valori classici del cattolicesimo nell’odierna dimensione.
Seta nera, acetato, poliestere e lurex compongono il tessuto sul cui sfondo spicca in vivide tonalità il disegno modulativo così articolato: le arcatelle, ad immagine della Porta Santa attraverso cui si accede dal piano umano al Divino, sono intersecate da due segmenti che simboleggiano l’irrompere della grazia dall’alto, cui il sangue del Redento ne ha dischiuso l’accesso. I colori propri della Cristianità, sono della Madonna e di Dio, ad esprimere la Sovranità ed efficacia del Suo intervento sugli uomini.
Il blu e l’oro sono cromatismi attribuibili sia al regno umano freddo e sterile che al Divino, dove il blu campeggia e l’oro risalta la Porta Santa; il rosso è l’amore, il sangue, il sacrificio che dona fecondità e Redenzione.
Il complesso, che si presta ad una lettura da varie prospettive pur esprimendo valenze specifiche, è stato ispirato dall’iconografia medioevale-Rinascimentale, forme architettoniche di edifici sacri, e schemi grafici dell’araldica.
Per concludere questo breve viaggio in una sfaccettatura del mondo dell’arte sollecitata dalla fede, auspichiamo che il futuro ci riservi nuove magnifiche opere ad arricchimento del patrimonio culturale di cui ben orgogliosamente abbiamo il retaggio.

Un altro lavoro fatto dalle suore di Rosano: e' la mitra che fu eseguita nel
1998 (circa) per l'allora cardinale Ratzinger, e le cui fonti
iconografiche sono: Catacombe di Domitilla (IV sec.), Orante di S. Maria in
Porto, Ravenna (XII sec) e i fregi ornamentali dalla Cattedrale di
Modena (XIII sec).
Redatto da Ivana