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Home-> Storia-> Aemilia Ars Ultima modifica: 15/06/2009

Da una mostra, pezzi di storia:
Aemilia Ars: la tradizione continua

(Esposizione di merletti nella Sala Museale del Baraccano, quartiere Santo Stefano, Bologna, a cura dell’Associazione Culturale “I merletti di Antonilla Cantelli”; 23 maggio – 2 giugno 2009)

Elogio del disordine, il mio.
I rivolgimenti tra i libri, alla perenne ricerca di qualcosa che non trovo, ogni tanto fanno affiorare carte importanti e dimenticate. È accaduto anche questa volta e, a sorpresa, è uscito un articolo sull’Aemilia Ars, firmato da Gaetano Marchetti e pubblicato su un numero de “Il bolognino”, 1980. Il titolo: “Un sogno d’arte troppo presto svanito”. Il contenuto: preciso, scritto da persona informata sui fatti e sensibile alla bellezza, con condivisibili speranze che si leggono nella conclusione:
“Certo è difficile [..] fare intendere l’eccellenza di un’arte paziente che nessuno più esercita; ma noi osiamo sperare che in qualche superstite palazzo nobile, non più abitabile ai nostri tempi negati al fasto, venga ospitato un Museo delle Arti Femminili, a celebrare della donna la virtù di un tempo anche nel campo dell’arte, e da quest’arte dei fili non potremo disgiungere il nome dell’Aemilia Ars e del suo promotore[Rubbiani].”

Gaetano Marchetti ha compiuto 102 anni il 21 marzo e le sue speranze sono ancora speranze.
Da quando andò in pensione, certamente un bel po’ di tempo fa, si è interessato di argomenti bolognesi con stile, competenza e, spesso, arguzia tanto da meritarsi il nomignolo “l’umaréin dal pàvver”, di chiara comprensione se si sa che “pàvver” significa “pepe”.
Coincidenza: un suo libro di “zirudelle”, filastrocche tipiche del bolognese, è appena stato stampato dall’editore con cui collaboro e sta avendo un certo successo.
Ho potuto quindi conoscere quest’uomo veramente fuori dall’ordinario, di grande serenità, che ancora racconta fatterelli gustosi della sua vita mentre una luce maliziosa gli illumina gli occhi. L’ho conosciuto e sono stata molto contenta di potergli dire:
"Signor Marchetti, la prima immagine della mia conferenza tratterà del suo articolo. Posso anche dirle che… no, quel sogno d’arte non è svanito. È anche un nostro sogno. Anche se è difficile puntare in alto, noi ci proviamo”.
“Brave, brave!” è stato il suo commento

Ogni volta che parlo cerco sempre di trovare qualcosa che leghi il merletto al posto che ci ospita. Questa volta non è stato difficile. Il Baraccano, che fu per secoli (dalla prima metà del cinquecento) un rifugio per ragazze provenienti da famiglie disagiate, ha grandi tradizioni di ricamo e sicuramente lavorò per l’Aemilia Ars. Dovrebbero ancora essere conservate le carte della maestra Ada Ungarelli, disegni, più o meno importanti, ed altro materiale.

Il tempo “stretto” e alcuni ostacoli burocratici non mi hanno permesso di capire quanto è rimasto ma ricordavo di aver letto qualcosa in giro. Effettivamente, nel 1984, in occasione di una famosa mostra veneziana, a cura di Doretta Davanzo Poli, “Cinque secoli di merletti europei. I Capolavori”, un capitolo del catalogo era dedicato all’Aemilia Ars, a immagini ben note tratte da libretti di modelli e a materiale del Baraccano. L’articolo era firmato da Amelia Ciccatelli e metteva in evidenza, tra l’altro, alcuni dati importanti come, per esempio, un tentativo di lavorare a tombolo disegni sul tipo di quelli di Bartolomeo Danieli (autore di uno dei due libretti che resero “speciale” il merletto bolognese).

Nulla accade mai a caso. E io sono veramente molto curiosa. Trovo un nome, mi fermo, scavo, cerco collegamenti, …a volte mi perdo e giro a vuoto ma sempre si aprono nuove strade, più o meno percorribili. Ricerche di altri analoghi articoli di Amelia Ciccatelli mi hanno portato ad una sua scheda, del 1987 (AA.VV.  “Donne a Bologna”), su Maria Losi Garagnani. E finalmente ho trovato almeno una spiegazione plausibile della diversità di interpretazione del nostro merletto, del proliferare di disegni geometrici, della quasi totale sparizione dell’ornato, almeno dalla produzione.
Maria Losi Garagnani rilevò il negozio dell’Aemilia Ars, in via Farini, nel 1945. Molte persone della mia generazione ricordano le vetrine arredate con gran buon gusto, molte altre hanno guardato, osservato, scrutato quasi con soggezione quegli arredi così particolari colmi di pezzi che, ad una autodidatta dell’uncinetto come ero io, sembravano proprio “meraviglie”. Una volta (tanto tempo fa) ho anche comprato per fare un regalo. Un centrino a fuselli. Non sapevo nulla allora. Chissà da dove veniva!

L’articolo di Amelia Ciccatelli, del 1987, è celebrativo ma una frase cui, a questo punto, credo, mi illumina:
“Furono abbandonati i disegni floreali creati per l’aemilia ars e fu privilegiato lo stile rinascimentale, derivato dagli antichi esemplari raccolti dalla contessa Cavazza.”

Capisco che la nuova impresa per poter sopravvivere doveva fare delle oculate scelte di mercato, e quindi di produzione, capisco le difficoltà, capisco anche che non molte persone erano in grado di lavorare ad un certo livello. Capisco, capisco tutto, ma non si può negare che, in sostanza, in un colpo solo, furono cancellati più di 40 anni di studio, di lavoro, di ricerca, di bei disegni e di tentativi continui di evoluzione.

Anche l’Aemilia Ars, nel 1900, incominciò dagli antichi esemplari ma, in breve tempo, dai primi inserimenti di fiori all’interno del reticello, ebbe una velocissima trasformazione. Si lavorò a punto in aria su nuovi artistici disegni, belli ancor oggi senza alcun dubbio e in gran parte ancor oggi eseguibili.

Nel 1911, in occasione del venticinquesimo anniversario della “gilda” di San Francesco guidata da Alfonso Rubbiani, si scrissero, in un vecchio verbale, queste altre significative parole:
"..allo squisito senso dell’arte che a lui [Rubbiani] ispirò sempre nuova e varia vaghezza di forme si deve se l’Aemilia Ars potè con soli ricami affermare e tenere alto il valore artistico della sua produzione, nel quale soltanto sta il segreto del suo fortunato successo industriale.”
Ecco: il valore artistico della produzione. Ecco: una tradizione di cui Bologna dovrebbe essere orgogliosa e cui dovrebbe sempre guardare. Sono convinta che averlo in mente possa guidare nelle scelte e in alcune decisioni.

Nei giorni della mostra ho parlato molto con varie persone, ho raccontato, ho spiegato alcuni scritti (una piccola rassegna stampa) di cui avevamo fatto scansione, dal 1902 fino a quell’articolo del 1943, tratto dalla bella rivista “Fili”, in cui l’Aemilia Ars si presentava, pur con poche illustrazioni, in tutto il suo splendore. Ho ricordato parole e frasi, ho mostrato i manufatti (alcuni della maestra tra cui  – piuttosto estroso – il “giglio nero” che le aveva chiesto la nipote) e improvvisamente, ad un certo punto si è materializzata in testa questa idea: forse, se non ci fosse stata Antonilla Cantelli, che continuò la tradizione nello stile e nelle forme - nell’isolamento di casa sua, lavorando anche e soprattutto per i propri famigliari -  forse, forse molto, della tecnica, sarebbe sparito per sempre.

La sala museale del Baraccano è piuttosto grande e impegnativa nell’allestimento. Non era facile collocare i merletti ma, come vedete dalle foto, mi sembra che le mie amiche non se la siano cavata male.
Tra le cose esposte vorrei far notare il montaggio a telaio del merletto. Un lavoro lungo e di precisione che “conta” molto nel manufatto finito: se è fatto bene non si sposta più nulla. Non tutti lo insegnano ma è stato fondamentale negli insegnamenti di Antonilla Cantelli.

Tra le visite, ne ricordo una da brivido… Lilli con la sua lente.
Abbiamo, almeno per il merletto, passato l’esame.
Ricordo anche un’altra visita, di persona appassionata anche se di un merletto di tutt’altra natura. Ammira tutto, guarda tutto per bene ma alla fine dice:
"Bello, bello. Peccato che nessuno più lavori così!"
"Signora, scusi, ma cosa pensa che stiamo facendo noi?"

Nota: Il giglio nero: disegno ed esecuzione di Antonilla Cantelli. Immagine pubblicata per gentile concessione di Barbara Cantelli.

(cliccare sulle immagini per ingrandirle)

Redatto da Bianca Rosa Bellomo